Nel 2019 raggiungo il giusto equilibrio fisico e mentale dal punto di vista podistico: dopo tre anni di fisioterapia e coaching, infatti, recupero completamente i miei problemi di schiena, supero la cachessia ed evito di fare errori grossolani che, come in passato, mi comportano infortuni.
Riesco, finalmente, ad esprimere al meglio le mie performance podistiche e, a regime, ogni 5/6 settimane metto in programma una gara di 21 km, dopo la quale faccio seguire una fase di scarico di lavoro.
A tutto questo, aggiungo sessioni di stretching quasi ogni giorno, di potenziamento muscolare almeno tre volte a settimana e trattamenti fisioterapici all’occorrenza.

Nonostante ciò, lungi da me il pensiero di mettere in programma una maratona!
Una sera a cena il mio compagno ed il nostro coach cominciano a parlare della maratona di Chicago: il loro obiettivo comune di quei tempi è quello di partecipare a tutte le “majors”.

Dopo cena si collegano ad Internet ed entrambi riescono a registrarsi alla maratona con i tempi di loro precedenti gare ufficiali.
Non avendo io mai corso una maratona, provo a partecipare all’estrazione gratuita del pettorale, rimettendo al caso la decisione di fare o meno questa esperienza: non vengo sorteggiata, lì per lì la cosa mi solleva ma lascia degli strascichi!
Da gennaio a giugno corro diverse gare in giro per l’Italia e sono molto soddisfatta del mio stato di forma complessivo.
La preparazione
Alla fine del mese di giugno, però, comincia ad insinuarsi nella mia testa l’idea di oltrepassare il limite dei 21 km, metabolizzati molto bene fino a quel momento.
Senza fare ancora alcuna iscrizione, chiedo al mio coach di provare ad iniziare la preparazione alla maratona giusto per testare come reagisce il mio fisico.
Il primo allenamento di 24 km mi dà pensiero: devo vincere una forte resistenza mentale!
Superato questo primo ostacolo, comincio a ricollegarmi al sito della maratona per vedere se posso correre in qualche modo la gara, anche se non in modo ufficiale: trovo l’escamotage di fare da pacemaker, ma il regolamento non è molto chiaro sulle modalità e sui criteri di selezione.

Con questa idea in testa vado avanti con la preparazione ed abbatto anche il secondo muro mentale dei 30 km.
A questo punto sono decisa: non voglio vanificare l’allenamento che sto facendo e rischiare fino all’ultimo di sapere se posso correre o meno come pacemaker.
A fine luglio, dunque, faccio in extremis l’iscrizione ufficiale e mi smarco da questo dilemma!
Mentalmente la preparazione comincia da questo momento nonostante, dal punto di vista fisico, risalga a fine giugno.
Fino a metà di settembre vivo in uno stato di grazia: mi alleno la mattina molto presto con il fresco o vado al lavoro correndo e continuo a fare la mia vita frenetica di sempre come se nulla fosse.
Il fisico non mi dà alcun segnale di cedimento, anzi!
Il lungo da 35 km, di nuovo, mi impensierisce anche perché devo testare gli integratori e soprattutto bere, due cose per me assolutamente nuove e mai fatte prima in nessuna gara o allenamento.
Chiedo al mio compagno, nel frattempo infortunatosi, di scortarmi in bicicletta.
Tutto procede per il meglio!
Per il mio coach la preparazione finisce con questo lungo e va cominciata la fase di scarico.
Io non sono convinta per niente, invece: ho bisogno di un altro test da 38 km per essere più tranquilla nel riuscire a gestire l’ultima parte della gara.
Il 15 settembre programmo il cosiddetto lunghissimo: memorabile in tutti i sensi!
La mattina mi sveglio molto presto, mi preparo, prendo i miei integratori ed una cintura con due piccole borracce.
Esco prima delle 6.00 di mattina, da sola questa volta.
Corsa epica che non dimenticherò mai in vita mia: mi immetto sulla pista ciclabile lungo il Tevere e la percorro tutta fino a Saxa Rubra.
La temperatura è fresca, vedo sorgere l’alba e non incontro quasi nessuno all’andata.

Arrivo al giro di boa dei 19 km senza battere ciglio: mi sento bene, corro in scioltezza e mi godo il panorama con il sorriso sulla bocca.
Anche l’assunzione degli integratori ed i piccoli abbeveraggi vanno lisci!
Finisco l’allenamento e non mi sento neanche così stanca: sono molto soddisfatta e, ciliegina sulla torta, l’orologio mi indica dei tempi parziali e complessivi molto buoni.
Le proiezioni per la chiusura della maratona sono ben al di sotto delle 4 ore …
Durante la giornata mi concedo il meritato riposo, faccio un po’ di stretching e condivido con il mio compagno ed il mio coach l’impresa della mattina: è come se avessi corso la maratona e mi sento leggera mentalmente perché so di poter gestire tutta la gara.
Dal giorno successivo in poi le cose cambiano, però!
Mi alzo dal letto con un fastidio abbastanza forte alla fascia laterale del piede sinistro.
Non gli do troppo peso: spero che sia un risentimento che rientra da solo, ma non è così.
Sento il mio coach e prenoto subito un trattamento fisioterapico: fascite plantare.

Non so se è conseguenza dei 38 km o del cambio di scarpe fatto quella mattina.
In realtà, è lo stesso identico modello delle precedenti scarpe ormai troppo scariche …
Le quattro settimane successive, purtroppo, non mi danno belle sensazioni: non riesco a recuperare il problema e corro il minimo indispensabile per mantenere la preparazione nelle gambe.
A causa del dolore modifico tutta la postura e comincia a darmi fastidio anche il quadricipite destro che, evidentemente, compensa male l’appoggio del piede sinistro.
Faccio dei trattamenti fisioterapici ad hoc, assumo antinfiammatori naturali a base di bromelina e mangio spesso ananas, ma non risolvo.

La gara
Partita per Chicago non penso più né al problema fisico, né alla gara.
Dei tre iscritti sono l’ultima superstite: sia il mio compagno che il coach si sono infortunati in modo più pesante e non riescono a gareggiare.
In loro compagnia cerco di godermi il viaggio come una vacanza ed un ritrovo di famiglia perché a Chicago ho dei carissimi parenti che non vedo da molti anni.

Gli unici momenti in cui mi ricordo che devo gareggiare sono al ritiro del pettorale, la mattina della gara quando mi preparo ed alla partenza quando mi ritrovo da sola, imbacuccata in abiti da togliermi all’ultimo momento.
Nel freddo dell’alba cerco di trovare la concentrazione giusta e di focalizzarmi sulla gestione della gara.
Non ho assolutamente obiettivi di tempo in testa: l’allenamento del 15 settembre è stato la prova della mia prestanza fisica, nonostante i miei 49 anni.
Devo solo gestire bene il problema fisico, fare tutti gli abbeveraggi degli ultimi 10-12 km e tagliare il traguardo in buone condizioni.
Visualizzo la gara e la divido mentalmente in quattro blocchi: devo affrontarne uno per volta e fare un check generale di come mi sento alla fine di ognuno.

I primi 10 km li considero un lungo riscaldamento fisico, anche perché la temperatura è abbastanza fresca e c’è vento.
Il secondo blocco è quello mio solito della mezza maratona e non mi dà problemi di sorta.
Dai 20 ai 30 km riesco a mantenere bene il ritmo: non guardo troppo l’orologio ma la tabella di marcia continua ad essere buona, nonostante i limiti fisici che ho.
L’ultimo blocco è quello più difficile: comincia a subentrare la stanchezza anche perché nell’ultimo mese ho corso veramente poco.
Faccio tutti gli abbeveraggi per prevenire eventuali crampi che non saprei come gestire perché non li ho mai avuti.
Conto alla rovescia i chilometri che mancano: il fisico fatica ma la testa non cede.
Resisto ed arrivo in tempi di tutto rispetto per l’handicap che ho e per essere alla prima maratona.
Mi dirigo subito al padiglione del ristoro: bevo una tazza di caffè americano, mangio una fetta di torta al cioccolato ed ancora acqua e frutta.

Rimango seduta per almeno una ventina di minuti non consapevole di quello che ho fatto.
Recupero le forze, mi cambio di abiti e vado all’uscita per abbracciare il mio compagno, il coach e tutti i parenti che mi aspettano.
Foto di gruppo a destra ed a manca con l’inevitabile show della medaglia.
Trascorro la giornata come se nulla fosse: pranzo di festeggiamento al ristorante, pomeriggio a casa di parenti e, finalmente, a sera doccia bollente durante la quale realizzo la gara che ho fatto.
I giorni successivi li vivo da turista: non cammino benissimo per via del quadricipite ma non ho tanto acido lattico nei muscoli e riesco a fare tutti i giri della città.

Come sempre nel corso della mia vita, il traguardo è importante da raggiungere ma non è così essenziale.
Quello che, invece, conta davvero per me è il cammino che faccio per arrivarci, l’esperienza che mi porta a vivere e l’opportunità di crescita che mi offre.
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Se l’esperienza vissuta nella mia prima ed unica maratona ti risuona in qualche modo, puoi leggere anche i seguenti articoli in cui parlo di che cos’è il “sensorial running”, delle differenze tra corsa seriale e corsa sensoriale, di cosa ha rappresentato per me la corsa sin da bambina, del mio primo approccio al “sensorial running”, di come puoi diventare sensorial runner, del mio rapporto corsa-alimentazione, di come mi sono chiamata fuori dal circolo vizioso del running competitivo, di come oggi la corsa sia per me uno stile di vita e di come la corsa abbia inciso sulla mia scelta di vivere trasversale:
- Cos’è il “sensorial running”?
- Corsa seriale vs. corsa sensoriale
- La corsa nel sangue
- Il mio primo approccio al “sensorial running”
- “Sensorial running” per tutti
- Precauzione per l’uso del test
- Test di approccio al “sensorial running”
- Tips per sensorial runner principianti
- Dai 10 km alle mezze maratone
- La mia prima ed unica maratona
- Il post-maratona
- Corsa e bulimia
- Corsa e cachessia
- Fuori dal circolo vizioso
- Correre come stile di vita
- Vivi trasversale, corri sensoriale!






