Durante il lockdown, la mia priorità assoluta è quella di riprendermi dalla chiusura sul fianco sinistro, causata dalla cattiva postura assunta con l’infortunio della maratona.
Quello che faccio è ascoltare il mio corpo, capire cosa c’è che non va a livello muscolare e guarire gradualmente facendo esercizi ad hoc di potenziamento e di stretching imparati nel corso degli anni di coaching.
Mi rendo conto che, anche in questo caso, essere presenti a se stessi è fondamentale.
Risolto quest’ultimo problema fisico post Chicago, ritorno a correre in modalità sensoriale, quella che nel 2013 mi ha portato in modo equilibrato, progressivo e consapevole a scoprire il fascino della corsa di resistenza.
Senza alcun rimpianto, i ricordi dell’esperienza competitiva sfumano nella mia mente e recupero la dimensione della corsa più autentica per me, quella intima, individualistica.
Quella delle corse all’alba in solitaria, nel silenzio assoluto, quando tutto e tutti si risvegliano lentamente, l’aria è frizzante e la luce del sole si leva e si intensifica.
O quella della sera tardi, quando il rumore e la frenesia collettiva si sopiscono e cala il buio.

La corsa sono io, è parte della mia identità.
Non faccio running, sono una runner!
Può sembrare facile ma forse è anche più difficile: non ho scadenze di gare, programmi di allenamento da seguire o obiettivi di tempi da battere per alzarmi presto la mattina ed andare a correre.
Le motivazioni non dipendono dall’esterno, ma dal mio interno.
Lo faccio perché sono una persona che ama la corsa, la libertà e la natura.
Lo faccio perché voglio stare bene oggi, voglio investire sulla mia salute di domani e voglio fare di tutto per correre quanto più a lungo possibile.
E quando le motivazioni sono queste non c’è spazio per accampare scuse e per non farlo: la corsa fa parte di me!

In ogni caso, ho la giusta leggerezza psicologica ed elasticità nel mettere in atto tutto questo: se un giorno non ho proprio energie e voglia, non corro o corro poco, senza nessun senso di colpa o necessità di dover recuperare la sessione saltata.
Ma, al tempo stesso, ho anche costanza perché l’allenamento è parte integrante del mio stile di vita: è il mio orologio biologico che scatta e me lo chiede.
Non smetto e non riparto mai: è un ciclo continuo!
È un gesto naturale, spontaneo, un’abitudine.
Ma cerco di non farla diventare mai una routine monotona e ripetitiva: ogni volta il percorso è diverso e le sensazioni provate anche.
E questa varietà è importante sia per la testa che per il fisico perché reagiscono in modo differente a stimoli nuovi.
La corsa è la mia essenza: mi sento viva quando corro, mi sento parte del ciclo vitale.
E correre è il mio modo per ringraziare la vita in assoluto, per non avermi menomata a livello motorio dopo un brutto incidente stradale di alcuni anni fa e per avermi trattenuta qui dopo la più recente esperienza della cachessia.

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Se la corsa intesa come stile di vita ti risuona in qualche modo, puoi leggere anche i seguenti articoli in cui parlo di che cos’è il “sensorial running”, delle differenze tra corsa seriale e corsa sensoriale, di cosa ha rappresentato per me la corsa sin da bambina, del mio primo approccio al “sensorial running”, di come puoi diventare sensorial runner, di come per anni ho partecipato a gare competitive, del mio rapporto corsa-alimentazione, di come mi sono chiamata fuori dal circolo vizioso del running competitivo e di come la corsa ha inciso sulla mia scelta di vivere trasversale:
- Cos’è il “sensorial running”?
- Corsa seriale vs. corsa sensoriale
- La corsa nel sangue
- Il mio primo approccio al “sensorial running”
- “Sensorial running” per tutti
- Precauzione per l’uso del test
- Test di approccio al “sensorial running”
- Tips per sensorial runner principianti
- Dai 10 km alle mezze maratone
- La mia prima ed unica maratona
- Il post-maratona
- Corsa e bulimia
- Corsa e cachessia
- Fuori dal circolo vizioso
- Correre come stile di vita
- Vivi trasversale, corri sensoriale!






