Corsa seriale vs. corsa sensoriale

La passione per la corsa nasce, cresce, si evolve e, a volte, finisce (purtroppo capita anche questo!) in modo differente per ogni runner. Oggi ti racconto come si è evoluta la mia negli ultimi anni: potresti trovarci dei punti di contatto con la tua storia e, magari, anche degli spunti di riflessione.

Se oggi ripenso a come correvo qualche anno fa, definirei quel tipo di corsa “seriale”, se non addirittura autistica: quanti chilometri percorsi sul tratto di pista ciclabile davanti casa, quante gare preparate e quante suole di scarpe consumate solo lì!

Ogni tratto di questa pista è di un 1,100 km: per me rappresentava una “vasca” della piscina e mi consentiva, durante la stagione invernale, di allenarmi in sicurezza la sera dopo il lavoro. Questo, purtroppo, è uno dei tanti scotti da pagare nel vivere in una grande città. Una volta sono arrivata a correrci persino una mezza maratona su quel tratto di pista, ben 19 “vasche”!

Quell’ora/ora e mezza, tre volte a settimana, era sacra per me, era l’unico tempo (meglio di nulla, ma sempre molto poco!) che dedicavo a me stessa, sottraendolo alle faccende di casa, alla famiglia, al lavoro, agli amici, agli svaghi, ecc..

A quei tempi per me correre era la mia sana dipendenza, la mia terapia fisica e mentale, il mio modo per mantenermi in forma, il mio reset di tensioni nervose, il mio spazio di dialogo con me stessa, il mio momento di riflessione e di scoperta di soluzioni a problemi di vario genere e tipo, il mio sintonizzarmi con la natura (durante il weekend cercavo di correrci a tutti i costi!).

La scelta del percorso, dunque, non poteva essere una priorità, soprattutto nei mesi invernali: l’importante era macinare chilometri ad un certo ritmo di corsa o fare dei “lavori” allenanti come ripetute, variazioni, allunghi, ecc..

A parte gli allenamenti sulla pista ciclabile davanti casa, a quei tempi programmavo di correre quasi esclusivamente su percorsi asfaltati.

Il motivo principale era che per anni avevo sofferto di problemi di schiena che mi avevano costretta a diversi stop-and-go ed a lunghe cure riabilitative.

Scegliere, dunque, un terreno non accidentato, che mi desse una stabilità di appoggio, era fondamentale per me per evitare di infortunarmi di nuovo.

Un tempo la mia visuale durante la corsa era decisamente limitata, con gli occhi proiettati soprattutto in basso verso il terreno ed in avanti. Del resto, la ciclabile di fronte casa non è che offrisse chissà quali spettacoli! In realtà, spesso e volentieri, ero talmente presa dai miei pensieri mentre correvo che vedevo scorrermi cose e persone davanti agli occhi ma non le focalizzavo veramente.

Inoltre, a quei tempi la componente sonora della corsa era praticamente assente perché correvo con le cuffiette nelle orecchie ed ero completamente isolata dal contesto acustico in cui correvo (anche qui, non è che mi perdessi molto facendo le mie “vasche!). Ero in una specie di bolla, isolata da tutto e da tutti, immersa nei miei pensieri e nella mia musica preferita, che mi dava il ritmo per fare in modo del tutto originale ed efficace delle variazioni della corsa.

Infine, anche dal punto di vista olfattivo la mia corsa di un tempo era molto diversa da quella attuale: la mia respirazione era esclusivamente nasale, il che non era male nel periodo invernale e per le corse in città, ma in ogni caso limitante.

In buona sostanza, quella corsa era piuttosto carente a livello sensoriale, compressa nel poco tempo che avevo a disposizione, limitata nella scelta dei percorsi, programmata senza quasi mai dare spazio a spontaneità e fantasia, con un gusto complessivo prevalentemente prestazionale.

Da quando, invece, ho cambiato stile di vita – sono nomade digitale da quasi quattro anni – è cambiata completamente anche la mia corsa perché:

– innanzitutto è ritornata ad essere semplicemente la mia passione di sempre. Non subisco, quindi, più il fascino di iscrivermi e di partecipare a gare a livello nazionale ed internazionale;

non ha più valenza terapeutica emotiva e mentale: il cambio di vita mi ha automaticamente smarcato da stress, ansie, tensioni, frustrazioni, pressioni, costrizioni, convenzioni, ecc.;

non è più il mezzo adottato in modo sistematico per mantenermi in forma. Il mantenermi in forma oggi è una conseguenza fisiologica del correre per il piacere di correre;

– è assolutamente sensoriale;

– è prioritaria nelle mie giornate: è la prima cosa che faccio la mattina, più o meno, quattro volte a settimana;

– è libera da schemi spazio-temporali. Spesso e volentieri esco a correre senza orologio, senza una meta precisa, senza programmare chilometri e tempi e decido cosa fare in base a come rispondono il fisico e la testa in fase di riscaldamento. Se un giorno sento che mi chiedono di correre di più, lo faccio; al contrario, se un giorno mi rendo conto di essere a corto di energie e di voglia, non corro o corro poco, senza nessun senso di colpa o necessità di dover necessariamente recuperare la sessione saltata;

– è aperta al mondo ed è esplorativa di nuovi posti. Oggi, per mia fortuna, ho recuperato quasi totalmente i miei problemi di schiena e riesco a correre su ogni tipo di terreno. Questo amplia sicuramente le mie possibilità di fare esperienze di corsa e di vivere emozioni sempre diverse. Ovviamente, cerco di prediligere quelle nella natura.

L’unico elemento di continuità della mia corsa di oggi rispetto a quella del passato è la sua dimensione introspettiva, meditativa e creativa: infatti, ogni uscita continua ad essere un viaggio alla scoperta di me stessa, della mia vera identità, mi consente di sintonizzarmi sulle mie frequenze fisiche, emotive e mentali, di riflettere in modo randomico su tante cose, di vederle sotto ottiche completamente diverse e di farmi venire in mente nuove idee.

Detto questo, anche oggi mi capita di organizzarmi per prepararmi a correre 21 km.

Ovviamente, come ho detto sopra, non lo faccio più perché ho una gara a cui mi sono iscritta ed un obiettivo da centrare.

Lo faccio perché nel tempo ho scoperto che correre questa distanza rappresenta per me l’impegno fisico e mentale giusto e sostenibile alla fine del quale mi sento completamente scarica, nel senso buono della parola, resettata e rigenerata: vivo a pieno lo stato di “ben-essere”.

E sfrutto l’allenamento per questa distanza semplicemente per allargare il raggio di scoperta di nuovi posti: nessuna classifica e nessuna medaglia mi darebbero una soddisfazione maggiore di questa!

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Se le differenze tra corsa seriale e corsa sensoriale ti risuonano in qualche modo, puoi leggere anche i seguenti articoli in cui parlo di che cos’è il “sensorial running”, di cosa ha rappresentato per me la corsa sin da bambina, del mio primo approccio al “sensorial running”, di come puoi diventare sensorial runner, di come per anni ho partecipato a gare competitive, del mio rapporto corsa-alimentazione, di come mi sono chiamata fuori dal circolo vizioso del running competitivo, di come oggi la corsa sia per me uno stile di vita e di come la corsa abbia inciso sulla mia scelta di vivere trasversale:

Maya

È una runner che si appassiona alla corsa nel 2013 ideando e sperimentando su di sé la pratica del “sensorial running”, lavora e viaggia in tutto il mondo dal 2022 ed è autrice dei blog “Sensorial running” e “Corri con Maya” sul sito Run Like Locals dal 2025.

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