La corsa nel sangue

Negli altri due articoli ho scritto del mio attuale mood di "sensorial running" e di come questo sia l’evoluzione del mio precedente modo di correre, che ho definito "seriale". Oggi, invece, voglio riavvolgere il nastro e tornare indietro con i ricordi a quando è nata la mia passione per la corsa.

La corsa, per me, è sempre stata qualcosa di speciale: quando ero bambina i giochi che si facevano con le amichette e gli amichetti erano giochi semplici all’aria aperta, nei cortili di scuola, del condominio o nei parchi ed erano, perlopiù, basati sulla corsa.

Giocavamo per pomeriggi interi a “nascondino”, “acchiapparella”, a “ruba bandiera”, oppure ci sfidavamo in staffette su tracciati disegnati per terra con il gesso: il tutto era basato su scatti, velocità e resistenza.

Ero effettivamente molto abile nella corsa ed avevo destrezza nel muovermi e non farmi “acchiappare” durante i nostri giochi.

Alle scuole elementari io e la mia amica del cuore eravamo le uniche “femmine” in grado di competere con i “maschi” e rimanevano in ballo fino alla fine perché eravamo le più veloci ed avevamo fiato: questo mi dava molto credito sia nei confronti delle altre amichette, meno agili, che degli amichetti, che vedevano in me un’avversaria difficile da battere.

La corsa, così come il ballo, erano le espressioni più spontanee, naturali ed autentiche della mia personalità di allora.

Erano nelle mie corde, rappresentavano la mia dimensione fanciullesca e l’espressione massima del mio bisogno di libertà.

Sia alle scuole medie che alle superiori le mie professoresse di Educazione Fisica mi avrebbero voluto reclutare per partecipare ai Giochi della Gioventù e per allenarmi con la squadra della scuola due volte a settimana.

Entrambe avevano notato, durante le loro lezioni, la mia velocità nei 60 e 100 m e ritenevano avessi delle buone potenzialità da coltivare e migliorare.

I miei genitori, che non permettevano distrazioni allo studio, non mi concessero mai la possibilità di dare seguito a questa attività: l’esercizio fisico per loro doveva essere solo qualcosa di residuale e non impattante con i pomeriggi interi passati a studiare. La dose giusta era andare a ginnastica o a nuoto (sport a quei tempi considerato il miglior investimento in salute!) due volte a settimana nel tardo pomeriggio, assolto il mio dovere scolastico.

Le professoresse, che avevano capito il mio inghippo casalingo, mi proponevano di continuo di partecipare alle gare anche senza allenamenti. 

Non accettai mai queste proposte perché, anche in questo caso, voleva comunque dire saltare ore o giorni di scuola, se c’erano trasferte da fare fuori città.

Mi ricordo che solo una volta alle scuole superiori partecipai, senza aver fatto alcun allenamento, ad una corsa campestre di 5 km in un grande parco della mia città: tutto questo perché coincideva con un giorno di sciopero a scuola.

A quei tempi non avevo la minima idea della differenza tra corsa di velocità su brevi distanze, in cui mi cimentavo e riuscivo bene in modo del tutto naturale, e la corsa che oggi chiamiamo di endurance.

Ma, con il senno di poi, devo dire che anche la mia professoressa non se ne intendesse molto facendomi comunque iscrivere ad una corsa del genere senza allenamento e, oltretutto, senza darmi opportuni consigli su come gestirla.

L’esperienza di quella corsa campestre fu, a dir poco, traumatica anche perché il giorno prima aveva piovuto ed il terreno era completamente fangoso. La approcciai, sin da subito, nell’unico modo in cui sapevo correre, quindi in velocità. Arrivai al traguardo morta dalla stanchezza, inzaccherata dal fango e con un piazzamento, ovviamente, non buono!

Da quella volta non mi cimentai più in lunghe distanze se non in qualche momento di messa a dieta drastica, in cui cominciavo con tutti i miei migliori propositi un’alimentazione più sana e leggera abbinata ad attività fisica regolare ed intensa. 

Ma le sensazioni non erano per niente buone, mi ricordavano la campestre: andavo subito in affanno, provavo un forte senso di nausea e non gestivo adeguatamente le energie fisiche e mentali per la lunghezza del percorso che mi ero prefissata.  

Per anni ed anni, quindi, misi la corsa nel cassetto e feci solo attività sportive indoor, come aerobica, step, pilates …

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Se questo articolo su cosa ha rappresentato per me la corsa sin da bambina ti risuona in qualche modo, puoi leggere anche i seguenti in cui parlo di che cos’è il “sensorial running”, delle differenze tra corsa seriale e corsa sensoriale, del mio primo approccio al “sensorial running”, di come puoi diventare sensorial runner, di come per anni ho partecipato a gare competitive, del mio rapporto corsa-alimentazione, di come mi sono chiamata fuori dal circolo vizioso del running competitivo, di come oggi la corsa sia per me uno stile di vita e di come la corsa abbia inciso sulla mia scelta di vivere trasversale:

Maya

È una runner che si appassiona alla corsa nel 2013 ideando e sperimentando su di sé la pratica del “sensorial running”, lavora e viaggia in tutto il mondo dal 2022 ed è autrice dei blog “Sensorial running” e “Corri con Maya” sul sito Run Like Locals dal 2025.

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